Jagoda Jedrzejczyk

Erasmus Stories

Leggo moltissimo e sono un'appassionata di gatti e musei
Amo fare foto e viaggiare da sola

I am all of the Dianes

giugno 9th, 2018
I am all of the Dianes
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Le motivazioni che mi hanno spinta a non scrivere per tre mesi altro non sono che scuse. Nel mese di marzo ho cominciato ad essere abbastanza dépaysée, parola francese che riassume perfettamente il mio stato di quel periodo. In italiano si potrebbe tradurre con spaesato/a ma ha perso con il tempo il senso letterale della s- privativa unita al paes(ato/a), quando invece in francese è rimasto. C’è quindi proprio l’idea di ritrovarsi in un paese straniero dove il clima, le abitudini, le tradizioni, la lingua e il paesaggio sono differenti. Un cambiamento totale che provoca un senso di disorientamento e sconforto totale.

Nel mese di febbraio questa sensazione non l’avevo percepita perché ero troppo eccitata per il tutto, ma poi mi ha proprio colpita, non in pieno pero’, semplicemente insinuandosi nelle piccole cose fino a che tutto non è stato sommerso dal: “dove diavolo sono e cosa sto facendo qui?”E’ la stessa sensazione che durante il mio primo Erasmus a Parigi mi ha immobilizzata a letto per mesi contemplando le ombre delle foglie degli alberi sul mio soffitto. La notte era diventata la mia pace, nessuno faceva domande, nessuno si aspettava cose da me o spiegazioni. Tutti dormivano e io riuscivo finalmente a respirare senza essere sommersa da sensi di colpa per come non riuscivo a godermi il mio sogno. Il faro della Torre Eiffel continuava a illuminarmi in loop ed era una delle poche sicurezze a cui mi aggrappavo per sapere che il tempo stava passando e che prima o poi tutto quel periodo sarebbe finito. Ho notato che anche qui a Leiden si stava mettendo in moto lo stesso meccanismo: cominciavo ad irritarmi per le piccole cose, tra cui il vento, onnipresente a qualsiasi ora e con qualsiasi tempo. Andare in bici con questa forza che mi spingeva indietro era una realtà che volevo mantenere solo metaforica, e invece la vivevo tutti i giorni. Poi ho cominciato a sentirmi esclusa; sentivo la lingua olandese come qualcosa di ostile, non per il suono, ma per il fatto di non poterla comprendere a pieno, e quindi di non poter parlare con l’altro/a. Ero la straniera con cui bisognava parlare in inglese. Imparare la lingua non aveva alcun senso siccome non avevo e non ho tuttora in mente di rimanere in questo stato, nonostante ci abbia riflettuto spesso a questa possibilità.  Perché non voglio rimanere?Perché ho notato che ogni volta che si cambia paese, si ha la tendenza a volerci restare siccome è migliore di quello da cui provieni. E l’ho pensato per Parigi come per Leiden quindi ho capito che è una cosa che semplicemente continuerà a succedermi in praticamente ogni posto che sento sia migliore dell’Italia. L’Olanda per me è l’amico/a calmo/a e in pace con se stesso/a con cui ti piace passare il tempo insieme, ma con cui non ti senti completamente a tuo agio per certi comportamenti che ha, e questi comportamenti sono proprio legati alla prostituzione e alla droga. È tutta aperta, ma allo stesso tempo chiusa e con un paraocchi sempre presente. Tollera, ma non accetta.

Come avevo accennato nell’articolo precedente, la tolleranza è proprio sua a mio avviso, ma è finta. Vuoi drogarti o andare a prostitute? Va beh, noi ti diamo la possibilità di farlo, anche se noi non lo facciamo, anzi, vediamo male chi lo fa. Che senso ha? Perché dare la possibilità di fare una cosa se chiaramente sei contro quella cosa? Capisco che il tuo paese sia meravigliosamente basato su un equilibrio economico che fa in modo che ogni persona venga aiutata dallo stato e non si trovi in difficoltà, quindi che non senta il bisogno di drogarsi e andare a prostitute perché sta bene, ma perché rendere legale, ma soprattutto, perché incentivare e basare parte delle proprie entrate su una cosa che non condividi e di cui non fai uso? Tolleri chi lo fa, ma tu sei superiore perché non ne hai bisogno, stai bene. Sono invidiosa? Ovviamente. Mi infastidisce che te ne approfitti di chi non sta bene come te? Assolutamente.

Anche io sono caduta nel meccanismo del turista (a parte per le prostitute). Sentivo la mancanza delle mie amiche e nonostante fossero sempre state lontane geograficamente parlando, qui mi mancava proprio il contatto umano con qualcuno/a di interessante. Certo, la mia coinquilina era ed è tuttora favolosa, ma anche con lei non sento questo legame intenso di amicizia profonda. La sento all’olandese diciamo. Con questa mancanza di socialità, l’esclusività linguistica, il tempo che si adattava ai miei sbalzi di umore e l’ipocrisia della tolleranza/intolleranza, ho cominciato ad avere molti dubbi, a marzo ho smesso di leggere e ho cominciato ad avere momenti psyco abbastanza intensi dovuti anche all’effetto dell’annebbiamento da erba. Ho messo in dubbio me stessa, la mia relazione, le mie amicizie, tra cui quella con l’amore della mia vita, ho cominciato a stare male nel mio corpo non per il mio corpo in sé, ma per il fatto di aver avuto un po’ di problemi di salute.

Tutto è cambiato quando ho preso la decisione di lasciar andare, letteralmente, qualsiasi cosa. Ho lasciato andare la mia relazione, lo studio, l’odio, il fumo, l’alcool, il desiderio di sprofondare nel sonno eterno e ho ripreso a mangiare tre volte al giorno, dopo essere dimagrita di 5 chili in un mese. Mi sono arresa. Avevo bisogno di respirare, di stare bene e di smetterla di odiarmi, mi stavo autodistruggendo da sola prendendo scelte che mi portavano ad alienarmi da quello che sentivo essere un’idea che avevo di me e che non volevo più tradire. Ho deciso, finalmente, di accettare la grande avventura di essere me stessa (grazie Simone De Beauvoir). Mi sono detta che non aveva più senso tutto ciò quindi mi sono presa del tempo per me, ho ripreso in mano tutto quello che avevo abbandonato tra cui la lettura e la meditazione che mi piano piano mi hanno riportata su un cammino di riscoperta dell’avventura che volevo vivere con me stessa e ho cominciato a sentirmi meglio. Mangiavo bene, non bevevo, non fumavo, leggevo, meditavo e non studiavo, se non il minimo necessario. Aprile è stato un mese intenso dove alternavo l’invidia per chi utilizzava distrazioni alla pace del “quella è la loro strada, la mia è verso Simone e la mia avventura”. Ho cominciato ad interessarmi a convegni femministi/ LGBTQ+ e ho scoperto il di Leiden che consiglio a tutti/e coloro che vogliono sia partecipare attivamente, che semplicemente ascoltare ed esserne parte ricettiva, come ho fatto io. Organizzano tantissimi convegni e uscite, una più bella dell’altra, incentivanti, divertenti ma soprattutto utili a chi come me adora questi argomenti. Nel mese di aprile ho partecipato a due eventi ( “LGBTQ and Judaism” e “LGBTQ and Racism” nonostante io sia atea), ma avrei voluto andare anche al SexPosium che sembrava molto interessante. Nel mese di maggio invece ho assistito a “Intersectionality: Feminism, Womanism and the LGBTQ Community” che ho trovato veramente coinvolgente e stimolante. Tra l’altro la frase riguardante l’Olanda, quella sul fatto che tollera ma non accetta del tutto l’ho rubata a Luisa, Event Manager, che l’ha espressa in maniera chiara e esplicita in un convegno e che ho riadattato alla mia esperienza personale.

Un altro momento intenso per me è stato il 26 aprile, giorno in cui ho deciso di ricominciare a correre. Tutte queste cose non le ho fatte per la prima volta qui, la meditazione e la corsa sono state le due novità che avevo aggiunto durante il mio Erasmus a Parigi e che mi avevano salvato dal fissare perennemente le ombre delle foglie. Ho solamente ripreso un meccanismo che sapevo avrebbe funzionato per me, e cosi infatti è successo.

Vi racconto tutto questo perché per la seconda volta, anche in questo Erasmus, mi sono sentita dépaysée. Spesso si dice che l’Erasmus sia un’esperienza unica e sento storie favolose di come le persone si siano divertite e abbiano vissuto la loro vita a pieno, si siano goduti l’avventura. Per me l’Erasmus è una sorta di pena che mi autoinfliggo per arrivare all’epiphany di cui ho bisogno in quel periodo. Sono faccia a faccia con me stessa e mi rendo conto dei miei problemi e delle mie illusioni che devo per forza affrontare perché a casa, nella mia abitudine, non lo faccio. Per questo non volevo partire, sapevo mi sarebbe successo qualcosa del genere e non volevo riviverlo perché la prima volta è stato estenuante, doloroso e straziante. Questa volta invece il dolore c’è stato ma appunto ero cosciente di quello che mi stava succedendo perché l’avevo già vissuto e sapevo che sarei riuscita a superarlo senza pregare di tornare a casa dopo qualche mese.

Ho cominciato a cercare le risposte alle domande che mi assillavano in luoghi conosciuti: i libri. The Power of Now di Eckhart Tolle e The Power of Habit di Charles Duhhig mi hanno presa per mano e condotta verso uno stato di calma. Non felicità, ma pace. Ho anche avuto un’epiphany alla Diane di Bojack () riguardo gli stessi argomenti e nello lo stesso stato fisico e mentale.

(SPOILER ALERT)

Entrambe ricoperte dalla luce del Buddha, piene di amore verso il prossimo e di bisogno di risposte. Io ho avuto la mia rivelazione durante una meditazione di Michael Sealey, che si puo’ trovare tranquillamente su You Tube, si chiama: (Happiness, Abundance & Healing). La frase che ha innescato il tutto è al minuto 3.32:

“(…) experiencing this soothing sense of calmness which is always here within you as soon as you choose to

focus your thoughts in this way”.

Ho qui imparato a distaccare la tristezza dalla mia identità, mi hanno veramente fatto scattare qualcosa che mi ha fatto capire che pure io ho il mio paraocchi diretto sempre e solo verso la mia tristezza, quando in realtà, appena lo tolgo, posso notare che c’è ben altro e che nonostante fossi abituata ad essere triste, questo non significa che io sia una persona triste. Significa solo che avevo questa abitudine, che è diversa da quello che posso essere, perché anche io posso essere in pace, devo solo decidere di guardare in quella direzione.

Oppure come dice Diane (tanto amore per lei) nella puntata 3×5 di Bojack: “Sometimes i think i know myself but maybe that’s a trap because maybe i am a “cool sexy Diane” or “really in touch with my feelings Diane” or possibly other Dianes we don’t even know about yet. The point is, I am all of the Dianes”.

Spero che questo pezzo vi sia piaciuto e che non sia stato troppo pesante.

Tot ziens!

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