Ocse: studenti immigrati faticano il doppio degli italiani

marzo 27th, 2018
Ocse: studenti immigrati faticano il doppio degli italiani
Scuola
0

In Italia gli studenti con un background di immigrazione devono fare i conti a scuola con un doppio “freno” rispetto ai coetanei. Da un lato, una volta usciti dalle aule molto spesso lavorano per contribuire al bilancio famigliare, dall’altro la quantità di compiti assegnati a casa dai prof in Italia è molto più alta che negli altri Paesi. Una situazione che penalizza ancora più ragazzi e ragazze già svantaggiati socio-economicamente e che ostacola le loro performance scolastiche e la loro integrazione. A sottolinearlo – in un colloquio con Radiocor Il Sole 24 Ore – è Francesca Borgonovi, economista dell’Ocse esperta di istruzione e “diversity”, principale autrice del corposo studio dedicato agli studenti immigrati pubblicato di recente dall’Organizzazione.

In base al rapporto, in Italia uno studente quindicenne su 5 ha un background di immigrazione, un po’ meno della media Ocse (1 su 4), ma con un aumento di 10 punti percentuali rispetto al 2003, più forte della media Ocse (+6%). Nei test Pisa-Invalsi solo il 51% dei ragazzi immigrati ha raggiunto il livello minimo di competenze scolastiche, contro il 69% dei ragazzi nativi, con una differenza di ben 18 punti percentuali. Inoltre, solo il 54% dei ragazzi immigrati dice di sentirsi a proprio agio a scuola, contro il già non esaltante 64% dei nativi. Al tempo stesso, i ragazzi con situazioni di immigrazione sono molto più motivati a fare bene: è il loro desiderio nel 64% dei casi contro il 54% dei coetanei nativi, 10 punti comunque sotto la media Ocse (e lontano dal 90% o oltre segnato in Gran Bretagna e Usa). Nell’insieme solo il 20% degli immigrati di prima generazione in Italia sono bravi a scuola e hanno un buon grado di adattamento sociale ed emotivo contro il 34% degli studenti nativi (dati in ogni caso inferiori alle medie Ocse).

«In Italia molti studenti con un background di immigrazione hanno lavori retribuiti oppure un “lavoro informale non pagato”, che probabilmente è lavoro all’interno di piccole aziende famigliari. Così aiutano la gestione della famiglia e del suo bilancio», spiega Borgonovi. Questo «comporta per questi ragazzi e queste ragazze uno svantaggio sia in termini di competenze accademiche, cioè di risultati che ottengono a scuola, sia di capacità di integrazione sociale all’interno della scuola e anche di capacità linguistiche, perché hanno meno tempo da dedicare agli studi e per farsi degli amici». Secondo l’Ocse, il 40% dei 15enni immigrati in Italia ha un lavoro retribuito contro il 25% dei coetanei nativi. La differenza di 15 punti percentuali è la più alta tra i paesi Ocse, dove la media è di 4 punti. Per i ragazzi immigrati di prima generazione il divario sale a 19 punti contro i 5 punti Ocse. L’impatto sul rendimento degli studenti immigrati è stimato in 12 punti in meno nei test rispetto ai coetanei nativi. Va poi tenuto conto che il “sistema scuola” in Italia si basa molto sullo studio a casa. «È uno dei paesi in ci sono più compiti assegnati agli studenti. Se gli studenti con un background di immigrazione, oltre ad avere a meno tempo per lo studio, hanno anche un minore supporto all’interno delle famiglie per svolgere i compiti, i problemi per loro si moltiplicano», rileva l’economista.

Ai problemi nel tenere il passo con lo studio, per gli studenti immigrati si aggiungono le difficoltà linguistiche. Come è stato rilevato dai test Pisa, il 70% degli studenti immigrati di prima generazione non ha una competenza di madrelingua in italiano, 10 punti sopra la media Ocse e tra quelli arrivati dopo l’età di 12 anni, la percentuale sale all’80%, 6 punti sopra la media. I problemi possono persistere anche con la seconda generazione se in famiglia i ragazzi parlano la lingua nativa, aggiunge Borgonovi. Come potrebbe intervenire la scuola? «È un problema di difficile soluzione, perché molte famiglie immigrate hanno bisogno di risorse economiche per tirare avanti, esiste un problema di disagio reale», indica l’economista. Quindi, «e questo vale in generale per tutti gli studenti italiani svantaggiati, con genitori scarsamente in grado di supportarli, serve una scuola che dipenda meno dal lavoro fatto a casa, che è senz’altro utile per stimolare l’autonomia e la creatività degli studenti, ma allo stesso tempo evidenzia il divario tra gli studenti che hanno un supporto nello studio a casa e quelli che non lo hanno». Il suggerimento è di introdurre «strumenti personalizzati per dare maggiore supporto a tutti gli studenti, italiani o immigrati, che non hanno questo sostegno in famiglia». Con le famiglie dei ragazzi immigrati che lavorano, in ogni caso, «non bisogna parlare in modo accusatorio, ma facendo presente l’importanza delle attività di studio indipendente» per la riuscita scolastica.

Lascia un commento