Inglese a Ingegneria? La risposta di un professore a Severgnini

febbraio 16th, 2018
Inglese a Ingegneria? La risposta di un professore a Severgnini
Università
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Corsi universitari solo in lingua inglese? Dopo la bocciatura del Consiglio di Stato sui corsi del Politecnico di Milano si è acceso il dibattito sulla possibilità mantenere l’autonomia degli atenei nella scelta della lingua da usare durante le lezioni. Uno dei difensori della scelta dell’ateneo meneghino di resistere alla sentenza dei giudici di palazzo Spada è stato il giornalista Giuseppe Severgnini, che dalle colonne del della Sera si è scagliato contro quei professori di ingegneria, e non solo, che avevano accolto con favore la sentenza del giudice amministrativo. Pubblichiamo di seguito la lettera di risposta a Severgnini dell’ingegnere Lorenzo Tomasin:

 

Bricconcello di un Severgnini… (con simpatia e rispetto): lei mi fa dire cose che non ho scritto né pensato: 1) nella mia lettera – e nell’articolo che ho pubblicato domenica sul Sole 24ore (“L’ingegnere del XXI secolo deve saper lavorare in inglese”, http://bit.ly/2Gg1QGv ) – non ho preteso che NON si facciano corsi in inglese, ma ho sostenuto che non è bene studiare e fare ricerca SOLO in inglese (o in qualsiasi altra mono-lingua o semi-lingua). Che è ben diverso. 2) Non ho mai parlato di traduzioni o di duplicazioni sistematiche: io faccio lezione in italiano e in francese e ho tanta bibliografia in tedesco per i miei studenti. Tradurre è utile, ma non è sempre necessario (tanto meno se gli studenti sono svegli: ma noi quali vogliamo?). 3) Non ho mai parlato dell’italiano come lingua internazionale della scienza. Sarei fuori dal mondo se mi esprimessi in questi termini. Per questo ho proposto un modello di ingegneri professionalmente almeno bilingui: al rialzo, non al ribasso. Io non ho fatto corsi in inglese all’università (la Normale, by the way), eppure ho avuto un’abilitazione in un Paese straniero (la Germania) e una cattedra in un altro (la Svizzera), oltre a un’esperienza da vicerettore in un’università italiana diversa da quella in cui ho studiato (a Venezia). Temo che alcuni degli ingegnerotti milanesi che ora invocano l’internazionalizzazione senza sapere di che cosa parlano abbiano carriere che, tolta qualche borsa di studio, si sono svolte tutte nei corridoi del Poli o poco più in là. Questo, secondo me, è il vero provincialismo. Sarò anche, come dice Lei, un retromarcista (un lettore mi ha fatto notare che quando si è sull’orlo di un precipizio la retromarcia è peraltro vivamente raccomandabile). Ma temo che Lei – senza volerlo – si porti dietro la rumorosa muta di quelli che chiamo no-vax della cultura: è chi pensa di poter delegare a un ingegnere gestionale (e non, come sarebbe meglio, a un’Accademia fatta tutta di linguisti) le scelte politiche sulla lingua, anzi sulle lingue da usare pubblicamente come veicoli e motori di contenuti culturali. Che cosa diremmo se un filologo pretendesse di dettar norme su veicoli e motori a benzina? Il comportamento di chi fa strame del parere dei linguisti sulle lingue mi ricorda quello degli “uno-vale-uno” che vogliono insegnare il mestiere ai medici quando si parla di vaccini. Anche questo è “Death of expertise”. E mi rattrista un po’ che lei, giornalista valente, finisca per grattare la pancia a questo pubblico. Ho in mente un prorettore di un Poli che conobbi un giorno, e che quando parlava non si capiva se si stesse esprimendo in inglese o in italiano o in volapük. Non è questo, forse, il meglio della nostra cultura nazionale. Per non parlare di chi mi ha fischiato su Twitter in questi giorni. Di un simile pubblico lei non ha certo bisogno. Questa volta mi ha un po’ deluso, caro Severgnini. Pazienza, mi è simpatico egualmente. E continuerò a leggerLa con interesse. Un saluto cordiale,

Lorenzo Tomasin 

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