Nicoletta Labarile

Erasmus Stories

Giornalista pubblicista, dott
ssa in Comunicazione, studentessa in Giornalismo, temeraria fuori sede, storyteller incallita,ultima romantica

Voce del verbo “partire”: cuore e coraggio

ottobre 4th, 2017
Voce del verbo “partire”: cuore e coraggio
ErasmusStories
0

“Stai tranquilla mà”: le dico sempre così, prima di ogni partenza. Lei mi risponde che lo sarà, mente con tenerezza, abbozza un sorriso e nasconde timida la ruga che le si forma sul mento quando cerca di trattenere un pianto tenero e discreto. Probabilmente già lo sa, perché il cuore di una madre conosce ogni intuizione, ma cerca di raccontarsi un’altra storia per giustificarsi che io, ingrata e stravagante figlia 22enne, ho un’altra mamma in grado di mettermi al mondo ogni volta: la curiosità.

Ed è con curiosità che, poche ore dopo aver sdrammatizzato rapidi addii, sono sull’ennesimo aereo.

La procedura è sempre la stessa: prego anche il dio induista affinché il sovrappeso delle mie valigie passi inosservato, sbarazzo momentaneamente le dita dal mio feticcio per gli anelli abbandonandoli ai controlli, saluto papà con un sorriso sereno assicurandolo che, sì, anche questa volta passo indenne al metal detector. Nessuna bottiglia di gin tonic nascosta tra maglioni oversize e calzini mignon.

Ingollo l’ultimo sorso d’acqua e incastro con maestria carta d’imbarco e documento nel taschino posteriore dei miei jeans, perché solo Mary Poppins potrebbe comprendere cosa significhi cercare un esiguo pezzo di carta nelle profondità della borsa di una donna.

È tutto uguale ai viaggi di sempre: Vienna, Manchester, Barcellona. I miei aeroporti conoscono la mia routine. Questa volta, però, a cambiare è tutto il resto.

 

 

Diverso il tragitto.

Diversa la rotta.

Diversa la meta.

Diversi gli obiettivi.

Diverso il volo.

Diversa io.

 

 

Si chiama FR8706 ed è il mio personalissimo aereo che, irriverente e fanatico, mi  consegna alla vita. Il mio volo delle 09.50 ha deciso di non sottrarmi semplicemente per qualche giorno dalla mia ovattata quotidianità e, con il check in ancora profumato di salsedine e riscaldato dai tiepidi raggi di metà settembre, mi lancia dritta verso la vita che ho scelto, desiderato, difeso.

Ho scelto una vita in viaggio, che saltella selvaggia e impacciata tra limiti e opportunità.

Ho scelto una vita che nasconde nel disagio timido un inarrestabile e lento germoglio.

Corro veloce verso il cambiamento e sento sotto i piedi l’adrenalina dell’incessante mutare che ho imparato ad accettare, assecondare, accarezzare: guardo dall’alto tutto ciò che ho desiderato lasciare a terra, nel bagaglio c’è spazio solo per l’essenziale.  Oggi il mio essenziale ha un luogo nel mondo: Gent, una città incantata che colora le Fiandre Orientali e lascia specchiare i suoi tetti nelle acque torbide.

 

 

La mia vicina di viaggio, una distinta signora francese, legge Vogue con un’attenzione chirurgica: cerco di simulare la sua concentrazione ma l’ignoto mi distrae. Nemmeno gli occhi di Keira Knightley in copertina mi danno tregua. Provo a dormire ma immagino tutto.  Non voglio immaginare, voglio vivere: siamo quasi a Bruxelles e ancora non so che trascorrerò due ore a zonzo per l’aeroporto, osserverò un gruppo di Amish attendere i loro bagagli, farò finta di farmi piacere un “espresso lungo”, reciterò indifferenza per averlo anche pagato, indovinerò l’autobus da prendere, mi annoierò in una lunga coda per recuperare le chiavi del mio alloggio ed elaborerò un piccolo trauma aprendo la porta della mia nuova stanza, al secondo piano di un allegro residence di studenti erasmus a cui il venerdì piace bere gin tonic.

Le pareti sono bianche, vuote, aride. Ripenso al caldo tetto romano e alla mia stanzetta da fuori sede divenuta così mia.

La scrivania non ha libri, né post it. Ripenso ai pensieri abbozzati sui fogli sparsi nelle sere che profumavano di casa e routine.

Il letto ha lenzuola che non mi appartengono, il frigo è vuoto e sento voci straniere nella stanza accanto. La finestra affaccia sull’incrocio tra strada e canale e, per pochi istanti, qualche bici fa ristoro sulle panchine che fiancheggiano l’umidità del fiume. La sera abbraccia il mio panorama straniero e sono serena d’improvviso.

 

L’incertezza accarezza le mie ansie e la bellezza dell’inizio coccola ogni paura.

Ritorno alle voci straniere. “Hey, I’m Nicoletta and I study Journalism in Rome…And you? What are your plans for tonight? I’ve just arrived”.

Maledetta mamma curiosità, anche questa volta sarà lei a far cominciare il mio viaggio. Sarà casa mia anche qui.

 

 

Nicoletta Labarile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

UA-37172975-1